Tra i frutti della preghiera, ce n'è uno che non viene registrato, a quanto mi consta, nei testi ufficiali: il riso. Personalmente, l'ho colto parecchie volte.
La mia preghiera sfocia spesso in una risata. No. Non un semplice sorriso contenuto, devoto-estatico. Ma una vera, squillante risata.
La preghiera è uno specchio che mi rimanda un'immagine di me stesso di fronte alla quale, più che provare disgusto, avverto il senso del ridicolo.
Rido perché mi prendo troppo sul serio.
Rido perché mi sento al centro del mondo.
Perché penso che tutto dipenda dal mio fare. Perché sono ubriaco di inconsistenza.
Rido della mia supponenza, della mia pretesa di dare consigli perfino all'Altissimo, della mia preoccupazione di ciò che gli altri pensano di me.
Rido del certificato di importanza che ritengo mi sia dovuto.
E rido perché scopro che, fortunatamente, non è così. Per fortuna non sono il centro del mondo.
Per fortuna Dio non ha bisogno dei miei suggerimenti.
Per fortuna nessuno mi considera importante.
Per fortuna la terra continua a ruotare anche senza i miei spintoni.
Per fortuna il Regno di Dio cammina nonostante la mia azione.
Non rompo lo specchio. Mi pare di intravvedere, sullo sfondo, Qualcuno che mi sorride. Mi sorride con un sorriso di tenerezza e di comprensione, perché finalmente mi vede ridere della mia ridicolaggine. Perché sono riuscito a liberare il ridicolo dalla gravità con cui lo rivestivo.
Ho l'impressione che, attraverso la spaccatura della risata, la preghiera cominci a diventare una cosa seria nella mia vita.
Una risata che spazza via il palcoscenico.
Una risata che fa crollare tutte le « monumentali » impalcature su cui mi sono issato.
Dopo questo crollo rovinoso, si può cominciare a costruire qualcosa di non precario. Grazie al sorriso di Colui che da tanto tempo aspettava questo momento.
Signore, per fortuna Tu mi comprendi.
E quando, nel mezzo della preghiera, mi senti ridere, non ti scandalizzi.
Capisci che, forse, comincio a capire...